19 settembre 2019

A METÀ STRADA DAL PARADISO - ANTOLOGIA


PREsentaZIONE 
La maggior parte dei libri e dei racconti sono soltanto delle lettere scritte con la memoria del passato e indirizzate all'avvenire. Sono uno sforzo tardivo di riallacciare le relazioni con noi stessi, con quei vecchi parenti ed amici che vivono in noi e che sono scomparsi senza lasciarci notizia. Dopo la lettura di questa Antologia non posso non concordare con l’autore in merito alla scelta della forma narrativa di short story che egli ha adottato. Come sostiene Edgar Allan Poe nel suo commento a I racconti narrati due volte di Nathaniel Hawthorne, questo modello risponde bene all’esigenza di consentire la lettura completa di ciascun racconto nei tempi liberi dalle attività quotidiane. Anche il critico letterario Pietro Citati, in più occasioni, ha riconosciuto ed apprezzato la professionalità e le doti di sintesi degli autori di narrazioni brevi. 
Qualcuno obietta al romanzo tradizionale la sua lunghezza, sostenendo che le occupazioni che intervengono durante le pause della lettura sviliscono o, addirittura, modificano le emozioni insite nella narrazione. 
Nei racconti brevi, invece, l’autore riesce a svolgere pienamente il suo progetto comunicativo proponendo la lettura in tempi contenuti senza alcuna interruzione. D’altra parte, se scrivere è comunicare, l’esegesi di un racconto breve, alla stregua di una fotografia o di un dipinto non può prescindere dalle suggestioni che riesce a suscitare. 
Accostandosi a queste story si avverte un caldo profumo che richiama, inevitabilmente, la composizione di gerani riprodotta in copertina, una fragranza che si mescola a quelle, altrettanto delicate, della Marca gioiosa et amorosa dove Gianni è nato e dov’è vissuto sino al giorno in cui finì la giovinezza. 
Prima che il lettore si accinga ad immergersi nel suo labirinto di ricordi, l’autore gli rivolge un breve prologo, quasi una confessione, proposto con l’ironia e il tono garbato che contraddistinguono il suo carattere. 
In quella prefazione, un po’ nostalgica e un po’ intimista, ci sono le chiavi di lettura e le motivazioni che l’hanno spinto a cimentarsi con la scrittura: il desiderio di superare le angosce che lo affliggevano a seguito della prematura scomparsa della moglie Anna ed anche il bisogno di riprovare sentimenti a lungo sopiti.  Inoltre, la volontà di rafforzare il rapporto con il figlio Stefano oltre alla passione per le attività sportive, per l’avventura e per l’impegno nel sociale appaiono i sentimenti topici grazie ai quali egli ritrova sé stesso. I suoi racconti sanno andare lontano in un mondo spesso sconosciuto di cui non sempre si può immaginare. Storie idealmente diverse ma una sola vita, la sua! L’esistenza dell’autore è là dove si narra di quotidianità, di gioie, di dolori, di baci, di trepidazioni e di lunghi, nostalgici silenzi. Egli viaggia con la mente come il polline a primavera e la sua ricerca non smette mai di andare... 
Nelle prime righe di ciascun racconto in cui di solito lo scrittore crea la complicità con il lettore, Gianni cerca, istintivamente, di guidarlo e coinvolgerlo nel proprio percorso esistenziale con un testo intercalato da immagini forse per surrogare la sua difficoltà a trasmettere, con la sola prosa, ciò che sente dentro. Margaret Atwood nel suo Negoziando con le ombre sostiene che ciascuno di noi ha un libro dentro di sé, ma per chi si approccia alla scrittura per la prima volta non è facile raccontare e, allo stesso tempo, somministrare ai lettori le proprie intime suggestioni. In alcuni casi egli, volutamente, traghetta chi lo legge in quel sottile spazio dei sentimenti sospeso nel confine indistinto che separa la sconfitta dalla vittoria. Ad esempio, chi può dire se Gianni, che si vede condivisa la compagna da Alvaro, sia lo sconfitto o il vincitore di una partita a tre che ha segnato, comunque, la fine di un rapporto affettivo importante ma troppo problematico per lui? Oppure se Laura, che rimane schiava della propria metamorfosi senza riuscire a trovare il coraggio di bussare con umiltà alla porta di un altro amore, ha davvero perso la sfida con il suo passato o ha invece vinto grazie alla definitiva presa di coscienza della propria nuova personalità? 
Le affabulazioni dell’autore, come detto, sono riconducibili alla vita di tutti i giorni ma rielaborate alla luce della sua esperienza esistenziale maturata in anni di studi, di attività professionali e di letture. Egli appare in questi brani il custode fidato di ciò che attiene all’interiorità, alle speranze ed ai sogni, quegli stessi sogni con cui la gran parte di noi desidera ancora inebriarsi. 
Per Gianni la scrittura non rappresenta un mestiere egli infatti non s’identifica con quanti confezionano un’opera con il solo fine commerciale. Quando si mette alla tastiera per scrivere lo fa per sé stesso e per chi sa ancora accendere la miccia dei sentimenti cioè per coloro che soffrono o gioiscono e che, come lui, in queste pagine vivono una seconda vita. In tale ottica la sua Antologia non può essere giudicata come scontata, perché l’esistenza non lo è mai. 
Secondo lui un racconto, per toccare le corde, deve essere un po’ amaro come appunto lo è la vita. La gran parte dei lettori, invece, vorrebbe che una storia finisca sempre bene auspicando che anche il proprio futuro, per analogia, possa avere una dinamica positiva. 
Gianni, apprendista scrittore, mi ha anche confidato che il suo obiettivo è prevalentemente quello di raccontare sé stesso ma che, a volte, in questo anelito è tentato di censurarsi per il timore di non interessare a nessuno. In alcune situazioni ho colto, addirittura, il suo desiderio di non farsi leggere; ad esempio quando cerca, per pudore, di mascherare le proprie emozioni ed i propri sentimenti. Evidentemente come coloro che hanno vissuto i suoi stessi traumi non ha ancora esorcizzato completamente il passato che lo opprime. 
Chi si accinge a scrivere è colui che sa godere delle cose semplici, entra in contatto con la natura e parla il linguaggio del cuore e dei sensi; è per questo che un autore viene considerato a tutti gli effetti un privilegiato. Molti sentono il bisogno di cimentarsi con la scrittura, lo fanno sia personaggi importanti sia gente comune forse perché scrivere rappresenta un momento di riflessione ed un riferimento rassicurante sia per il passato sia per il futuro. In ultima analisi leggere questi 'distillati di memoria' può rappresentare una proposta originale che l’autore sogna di consegnare ai giovani nella prospettiva di contribuire alla crescita equilibrata, consapevole ed intelligente della loro personalità: “Buona lettura!” [Nadia Sini]
OGNI PREFAZIONE è UNA CONFEssIONE 
Voltaire sosteneva che ci sono tante maniere di scrivere ma un solo modo di leggere: "Con il cuore e con l’immaginazione assieme". Ne sono convinto al punto che rimpiango di non aver frequentato alcun corso di creative writing e di non essermi cimentato prima d’ora nella scrittura; ma di farlo mi erano sempre mancati sia il tempo sia l’ispirazione. Ingenuamente mi chiedevo: Come può simulare l'arte dello scrivere uno come me che sa solo apprezzare il fascino di un libro? 
Alla fine, anche per l’insistenza di mia moglie Nadia che è la curatrice dell’opera, ho deciso di iniziare adottando per questa mia prima 'sfida letteraria' la forma dell’e-book con tanto di collegamenti ipertestuali, una modalità che mi consente di intervenire liberamente sul testo in qualsiasi momento anche sulla base dei suggerimenti provenienti dai miei primi lettori. 
Non posso negare però che il libro tradizionale conservi ancora un grande appeal. Ogni volta che i miei occhi si accingono a leggerlo, le mani saggiano la copertina, scorrono la rilegatura e iniziano a sfogliare le pagine con curiosa voluttà. Sia che il libro profumi di carta fresca, sia di quella antica le suggestioni che vi si sprigionano mi fanno cogliere magie ma anche percezioni originali. Ad esempio, confermarmi nella convinzione che ogni libro ha sempre più autori: innanzitutto chi lo scrive e poi anche coloro che lo leggono. Tra loro si instaura uno stretto rapporto, il primo esterna i suoi sentimenti ed i suoi ideali, mentre i secondi, nel coglierli, sembrano volerli contestualizzare e proporli come propri. La differenza tra le due categorie potrebbe ritrovarsi nelle alternative di vita che, come tutti, anche gli scrittori e i fruitori delle opere letterarie scelgono di praticare: cimentarsi in modo sistematico e propositivo sui temi dell’esistenza oppure limitarsi soltanto a teorizzarli? 
Sta di fatto che dopo vari tentativi, senza troppe aspettative ed ambizioni, ho cominciato questo lungo percorso nella memoria ideato nel momento in cui si è resa manifesta la patologia fatale che colpì Anna a cavallo degli anni Novanta. Iniziare quel viaggio dentro al dolore mi ha portato a conoscere meglio me stesso e a convincermi che meditare sui valori più importanti della vita è non soltanto moralmente doveroso, ma anche gratificante in una prospettiva terapeutica delle patologie, in particolare di quelle psichiche. 
Mi ha aiutato molto in quegli anni l’amore per mio figlio e quello per la vita che, per fortuna, hanno prevalso sulle mie angosce esistenziali. Inoltre, la speranza nell'avvento di tempi migliori e la passione per il divenire delle cose hanno guidato i miei passi con sempre maggiore determinazione. Le emozioni erano forti e spesso inconsce, condizionate dall'incalzare delle situazioni e dalla loro crudezza. In quei frangenti potevo soltanto guardare lo svolgersi frenetico degli eventi senza avere il tempo di pensare o di fare e per questo mi sentivo inutile. Negli occhi di Anna ho visto più di una volta le lacrime e i timori di chi coglie il dramma ma si sente impotente a fare alcunché sia per sé sia per i familiari.
Poiché la realtà si era rivelata tiranna con me ho chiesto asilo alla fantasia. Immaginavo di essere un gabbiano simbolo di libertà ma anche uccello che si nutre prevalentemente di tutto ciò che altri hanno lasciato. Dopo di allora anch'io ho cercato di vivere col desiderio di volare alto e di scrutare l’orizzonte alla ricerca della vita vera, cioè di una esistenza che mi desse la possibilità di assaporare ancora l’amore e sognare. Quest’ultima opportunità mi affascina perché l’ambito onirico rende diversi gli uni dagli altri. 
Quando sogniamo ci dividiamo in due gruppi. Il più numeroso comprende quelle persone che lo fanno di notte e al mattino si svegliano convinte che erano solo fantasie, mentre quello più esiguo di cui anch'io faccio parte è composto da chi sogna di giorno. Costoro sono soggetti 'pericolosi' in quanto vivono nella prospettiva di interpretare anche nella realtà quotidiana le loro visioni. Ho comunque scelto di cimentarmi con prudenza in questo ‘gioco’ per non rischiare di rimanere schiavo del mio stesso immaginario. 
È tesi condivisa che non si può disquisire sui sogni senza entrare nell'intimità. Ognuno di noi, infatti, possiede un proprio mondo ma desiderare di raccontarlo è un’opportunità di crescita interiore che non tutti sanno o vogliono cogliere. Considerare in forma razionale quei momenti e gli eventi che sono venuti dopo mi ha fatto anche capire che gli esseri umani possono anche venire classificati tra gli 'omologati' o tra i 'trasgressivi'. Distingue le due categorie il minore o maggiore grado di spregiudicatezza con cui si adoperano per vivere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Molti attribuiscono particolare peso alle emozioni a volte confondendole proprio con i sentimenti. In effetti le emozioni ricordano il colore dei sogni ed hanno una natura intensa e breve, per questo, a volte, alimentando rimpianti e nostalgie. Invece i sentimenti sono un mare azzurro profondo, stabile e rassicurante in cui quasi tutti sognano di naufragare.
Stèphan Mallarmé teorizzava che il mondo di ciascuno è destinato a finire in un libro. Con un’analoga prospettiva anch'io ho scritto questi racconti per riordinare gli eventi e le speranze che hanno scandito i momenti salienti della mia esistenza. 
Ho corredato il testo con tags multimediali sul modello dell’Enciclopedia Wikipedia per favorire la crescita culturale dei giovani e teorizzare il benessere psicofisico che, come noto, dipende anche dalla qualità delle suggestioni che l’essere umano riesce a metabolizzare. 
Mi sono accinto a questo progetto con umiltà pur sapendo che codificare tutto il mio mondo per processi esistenziali, avendo come riferimento soltanto la mia particolare vision della vita, potrebbe essere giudicato un atto d’immodestia. Ciò nonostante l’ho intrapreso nella consapevolezza che a un certo momento della vita ci si deve confrontare in modo responsabile con sé stessi e con i propri ideali. Se dopo avermi letto mi amerete io ricambierò il vostro sentimento, in caso contrario vi stimerò comunque solo perché avete sentito il desiderio di leggermi.

01. GLI ANNI PERDUTI E GLI ANNI RITROVATI
Johann Wolfgang Von Goethe sosteneva: “Non esiste futuro senza passato!” Dalla ratio di questo aforisma ho preso ispirazione ed ora, chiuso nel mio studio al riparo dal freddo invernale che bussa alla finestra, mi accingo a scrivere. È tardi, il sonno m’incalza ma è trattenuto dall'entusiasmo che mi si agita dentro. 
Sono consapevole che ho di fronte non un semplice notebook con la connessione wireless a internet bensì lo strumento indispensabile per realizzare il mio progetto: fissare i ricordi di famiglia, quelle ombre troppo lunghe della mia non più breve vita! 
Dicono che la memoria virtuale sia il monumento più duraturo che possiamo lasciare ai posteri, ma io non ne sono del tutto convinto. Penso invece che ciò che sale alle narici di ogni scrittore mentre digita la tastiera è il profumo dei sogni, spesso illusori ma sempre affidati alle sue mani e i files sono il deserto su cui noi mortali inseguiamo l’immortalità. 
Mi accingo a scrivere mentre l’inquietante ticchettio dell’orologio a pendolo appeso al muro, scandendo il tempo, mi ricorda che tutti noi siamo a termine e quindi che le nostre mani non digiteranno in eterno. Il sonno si è ormai arreso e gli occhi spalancati sono rapiti dall'ipnotico richiamo dello schermo, mentre la ventola di raffreddamento del laptop e gli spifferi che penetrano dalla finestra attenuano la temperatura della stanza. 
Mentre torno ad ascoltare l’orologio con le sue implacabili evocazioni, ricerco altre motivazioni a sostegno del mio progetto. Mi sovviene che è trascorso circa un anno dalla nascita di Leonardo l’ultimo discendente, last but not least, della nostra famiglia ed inoltre è prossima la ricorrenza del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, due circostanze da celebrare! Per seguire il mio istinto sono orientato a raccontare trenta lustri di una storia minore, un percorso nel tempo scandito prevalentemente da eventi culturali e di costume. Impavido spalanco, per qualche attimo, la finestra ma il freddo che penetra nella stanza non può che rabbrividire a contatto del gelo che ancora mi porto dentro per recenti angosce familiari e mi convinco sempre più che computer e stampante possono rappresentare l’immortalità del 'Verba volant et scripta manent'. Mentre guardo lontano nel buio immagino la brezza invernale rapirmi e confermarmi che la felicità può non essere caduca tanto quanto l’ultima neve dell’anno da cui i miei pensieri si lasciano trasportare.
LE ORIGINI DEL RACCONTO
Come in ogni bella ‘fiaba’ che si rispetti anch'io ho scelto d’iniziare questo racconto partendo da lontano. Già la Bibbia, infatti, conteneva le prime genealogie, quelle dei patriarchi e dei re d’Israele. I rabbini ne tenevano traccia per garantire la prerogativa del sacerdozio soltanto ai figli di Levi. Ma gli ebrei non erano i soli a registrare le discendenze, troviamo infatti tracce di questa pratica anche tra gli antichi egizi, i greci, i romani e gli arabi. Per questi ultimi la conoscenza della propria genealogia, ansab, costituiva un titolo di particolare eccellenza e di lustro. Tra le iscrizioni Thamùdene, ad esempio, il Nassà, vincolo di filiazione, introdotto dal termine arabo Ibn [figlio di] o Bint [figlia di], si poteva allungare a ritroso per numerose generazioni. La sedentarizzazione degli Arabi fece diminuire alquanto tale studio, anche se esso rimase comunque praticato dal momento che le generazioni successive a quelle dei primi musulmani, spesso neppure arabi, avevano grande interesse a conoscere tutto il possibile di coloro che erano stati i primi a convertirsi all'Islam. 
La Genealogia ha quindi svolto un ruolo fondamentale per tracciare indirettamente anche la prima storia di questa religione, tanto che un proverbio asserisce che l'Islam stesso sopravviverà fintanto che sia conservata e praticata la conoscenza degli ansab. Sarà solo in tempi recenti che in un paese musulmano ma non arabo, la Turchia, il fondatore e primo presidente della Repubblica, Kemal Atatürk, introdurrà l'adozione dei patronimici come si usava in Occidente. In Italia i cognomi sono stati nei secoli prerogativa delle famiglie ricche, ma nel 1200 a Venezia e nel secolo seguente in altre città, sebbene con qualche resistenza e ritardo, l'uso si estese anche agli strati meno abbienti della popolazione. 
è solo con il Concilio di Trento nel 1545 che si è fatto l’obbligo ai parroci di tenere un Registro ordinato dei battesimi, con nome e cognome, per evitare matrimoni tra consanguinei. Il soprannome divenne così il cognome ereditario. 
Con l’unità dell’Italia [1861] gli uffici anagrafici dei Comuni assunsero l’obbligo di registrare i dati di nascita, di matrimonio e di morte relativi ai cittadini residenti. Il cognome Milanese[i] risale ai primi decenni del ‘500, ha la radice della capitale lombarda e la sua diffusione è collegata alle migrazioni spontanee o forzose delle popolazioni da Milano e più in generale dalla Lombardia verso le regioni limitrofe per sfuggire dalle guerre, dalle carestie e dalle pestilenze. La più famosa di queste ultime risale al 1620 ed è narrata da Alessandro Manzoni nel suo I promessi sposi, trascrizione romanzata di un manoscritto dell’epoca. Le genti autoctone identificavano genericamente gli stranieri provenienti dalla Lombardia come 'milanesi'. Il cognome è diffuso, a macchia di leopardo, anche in altre parti della penisola. Lo si ritrova, ad esempio, nell’Agro Pontino per le più recenti migrazioni avvenute durante il 'Ventennio fascista' da alcune regioni del nord di braccianti agricoli incentivati da allettanti promesse a trasferirsi nel basso Lazio per bonificare le terre paludose e malsane. 
Da tempo progettavo di scrivere la storia di famiglia sia per lasciare qualche traccia del nostro passato sia perché mi ha sempre affascinato l’idea di riscoprire, come fossi un archeologo del tempo, le mie radici. Eccomi perciò a indagare tra le vecchie fotografie cercando di richiamare alla memoria i racconti che i miei genitori facevano quando ero bambino e rispolvero le frasi dei parenti durante le feste di Natale intorno alla tavola imbandita. In quelle circostanze emergeva il lato più eroico e romantico di ciascuno: Cirto con la sua ironia, Vittorino con le sue avventure militari ed Eralda con citazioni teatrali.
L'ALBERO GENEALOGICO DI FAMIGLIA
Il mio bisnonno paterno Carlo Milanese era nato nel 1848 a Montebelluna nel trevigiano, suddito quindi degli Asburgo allora viceré del Lombardo Veneto. La famiglia era di estrazione borghese, di inconfessabili simpatie per Giuseppe Mazzini e sostenitrice dell’ideale di un’Italia unita e repubblicana. 
























Suo padre Luigi in quegli stessi mesi era arruolato per partecipare alle battaglie campali intraprese nel biennio 1848-49 noto come La primavera dei popoli e delle nazioni. Sembra che egli fosse operativo nella battaglia di Custoza del 22-27 luglio del 1848 indossando la divisa dell’esercito asburgico fino al marzo del 1850 a fianco di soldati di varie nazionalità: austro-ungarici, boemi, croati e montenegrini. Nel 1854 venne poi richiamato come 'kadetfeldwebel' di stanza a Trento ove rimase fino al congedo definitivo avvenuto nell’aprile del 1855. Il 17 marzo del 1861 fu dichiarata l'unificazione dell'Italia. 
Nel gennaio dello stesso anno, infatti, si erano tenute le elezioni per il primo Parlamento unitario. Su quasi ventisei milioni di abitanti, il diritto a votare fu concesso dai nuovi governanti soltanto a quattrocentoventimila persone di cui soltanto duecentoquarantamila si recarono a votareAlla fine, i voti validi si ridussero a centosettantamila [0,65 % della popolazione], dei quali oltre settanta mila erano funzionari dello Stato. Furono eletti ottantacinque fra principi, duchi e marchesi, ventotto ufficiali, settantadue fra avvocati, medici e ingegneri. Con la prima convocazione del Parlamento del 18 febbraio, Vittorio Emanuele II fu proclamato: 'Re d'Italia per provvidenza divina e voto della Nazione'.
Carlo era intellettualmente dotato e assai ambizioso, tanto che, oltre al programma di studio obbligatorio, approfondiva anche ricerche nell'ambito scientifico e matematico. A metà del 1862 egli si trasferì a Treviso per completare gli studi, perché l’istruzione superiore era prevista soltanto nei capoluoghi di Provincia. Trovò ospitalità presso lo zio Giuseppe che aveva aperto in città una 'filiale' dell’attività manifatturiera di famiglia: la lavorazione delle pelli e del cuoio. La consolidata vocazione imprenditoriale dei montebellunesi è stata all'origine delle prime forme di manifattura dei cosiddetti 'corami' [calzature e pelletterie], attività che, seppur presente sin dal Medioevo, si affermò in modo deciso solo nella seconda metà dell’Ottocento con le forniture militari. Dai sei calzolai del 1808 si passò ai trentasei degli anni Trenta, ai cinquantacinque degli anni Ottanta per arrivare ai duecento dell’inizio del ‘900. L’Impresa manifatturiera fondata dai miei avi a metà del 1800 è tutt'oggi attiva commercialmente a Montebelluna in piazza Mazzini!
Carlo sposò a Treviso, nel 1874Amalia Vendrame figlia primogenita di uno stimato medico chirurgo. La moglie, sebbene impegnata in continue gravidanze, ha sempre coltivato la passione per il disegno e il ricamo. In famiglia si conservano ancora quadri ricamati con capelli femminili ed alcune deliziose miniature di animali esotici che avrebbero potuto illustrare degnamente i romanzi d'avventura di Emilio Salgari, suo contemporaneo.Dalla loro unione nacque, nel 1877, Cirto, secondogenito di dieci figli, di cui sei femmine, tre delle quali scelsero la vita conventuale. Il suo nome deriva da Cirta, antica città dell’Africa settentrionale fondata dai Cartaginesi che fu capitale della Numidia e corrisponde all'odierna Qusantînah in Algeria. Il nome, oggi molto raro, alla fine del XIX secolo era abbastanza diffuso proprio perché si identificava con il mito, allora d’attualità, di "Un posto al sole nel Nord Africa". 
Nel 1895 Cirto stava frequentando brillantemente il quinto e ultimo anno dell’Istituto tecnico per ragionieri della Provincia di Treviso Jacopo Riccati, quando, su consiglio della zia Erminia residente a Milano, rispose alla ricerca di personale della Banca Commerciale italiana. Lo fece di buona voglia desideroso di seguire i suoi sogni: acquisire l’indipendenza economica e realizzarsi professionalmente. Il giorno fissato per la partenza i genitori lo accompagnarono con il calesse alla stazione ferroviaria. Era una giornata fresca, padre e figlio indossavano il tradizionale tabarro bruno e cappello a larghe tese, la madre invece era avvolta in una mantella chiara con il collo di lapin. Amalia teneva lo sguardo abbassato ed un fazzoletto bianco tra le mani per nascondere la commozione, ma nel suo intimo ripeteva convinta: "è meglio che i miei ragazzi inizino presto ad emanciparsi!"
La sera prima erano stati in piedi fino a notte tarda, la loro casa era ancora sveglia mentre il vicinato era già immerso nel sonno. A mezzanotte era rimasta accesa soltanto la lampada a petrolio della camera di Cirto che stava ancora leggendo uno dei libri di Salgari che suo padre periodicamente acquistava per i figli. Lui, però, era diverso dai fratelli e dalle sorelle, oltre a quei libri leggeva anche altri classici ottocenteschi e da quelle letture traeva quesiti esistenziali a cui pochi avrebbero saputo dare risposte soddisfacenti. Nello stesso tempo consumava le notti abbracciato al suo immaginario inebriandosi di progetti sempre nuovi. Amava sognare, al punto che i genitori a volte lo coglievano con gli occhi spalancati e fissi nel vuoto a rivisitare gli anni dell’adolescenza caratterizzata da un ossessivo desiderio di fuggire dalla quotidianità e raggiungere il successo.
La Banca Commerciale era stata fondata l’anno prima [1894] a Milano su iniziativa del finanziere tedesco di origine ebraica Otto Joel con 20 milioni di capitale sociale in rappresentanza di un gruppo di banche tedesche, austriache e svizzere. Il colloquio di lavoro lo sostenne con il direttore Federico Weil, un uomo duro nei modi ma intelligente e professionalmente preparato. La selezione ebbe un esito positivo anche perché Cirto, oltre che dimostrare buone conoscenze ragionieristiche, riuscì ad accreditarsi il titolo di studio, non ancora conseguito, con un semplice espediente, esibendo il biglietto da visita che aveva fatto stampare per l’occasione. La giovane età unita a un’indole ambiziosa e spregiudicata gli consentì, tre anni dopo all'atto della leva militare, di essere arruolato con il grado di sottotenente. Il servizio lo svolse a Milano in forza al Reggimento di Artiglieria a cavallo, chiamato ‘Volòire’, che ancor oggi si caratterizza per l’adozione nelle cerimonie del tradizionale austero chepì con lungo crine di cavallo.
Dopo questo primo approccio all'equitazione, durato per i due anni della leva obbligatoria, Cirto rimarrà curioso ed appassionato dei cavalli per tutta la vita. Chissà perché il cavallo è nel cuore di molti da sempre? Esso esercita fascino, un misto di attrazione e soggezione che di sicuro non lascia indifferenti! Forse a far provare questa emotività sono la sua potenza e la sua eleganza, la sua rapidità e la sua calma, la sua irruenza e la sua delicatezza, la sua voglia di annusarci e infine la sua fuga improvvisa e ingiustificata. Tutto ciò dà la chiave per capire i segreti di questo animale selvaggio ma allo stesso tempo mite e domestico. 
LA FINE DEL SECOLO XIX
Cirto era operativo a Milano nel maggio del 1898 quando furono represse a cannonate le sommosse popolari, la cosiddetta 'Protesta dello stomaco', ad opera del generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante della 3^ Armata. In quei giorni Cirto partecipò all'azione assieme ad una decina di ufficiali, trecento artiglieri del proprio Reggimento e ad altre forze armate fatte confluire appositamente dalle guarnigioni delle città vicine. Dopo la strage il generale fu premiato dal Sovrano con un’alta onorificenza e con la nomina a Senatore del Regno, gli ufficiali subalterni furono invece promossi al grado superiore. Quel tragico evento, che procurò un centinaio di morti e 450 feriti, concorse non poco ad armare la mano dell’anarchico Gaetano Bresci che nel luglio del 1900, dopo essere rientrato dall'America dove era emigrato, uccise il Re Umberto I°Cirto rimase profondamente traumatizzato da quei fatti, era giovane e non aveva mai partecipato, prima d’allora, ad azioni così cruente. Per questo motivo avvertì nel suo intimo, sempre più forte, il manifestarsi di un conflitto tra i propri valori morali traditi da una parte e gli impegni assunti con il giuramento dall'altra. I primi gli facevano rimettere in discussione il servizio militare ed auspicare di tornare quanto prima alla sua professione, convinto che nulla di buono sarebbe venuto da quell'esperienza. Ripensando a tale prospettiva arrivava al punto di ipotizzare la simulazione di una patologia sulla base della quale ottenere il congedo anticipato. In realtà, quando vedeva il generale comandante aggirarsi, con provocatoria sovraesposizione, in sella al suo cavallo per le vie del centro storico di Milano veniva colto da una forma di 'Astenia tachicardica'Con l’opzione alternativa, invece, si sentiva vincolato moralmente e indotto a presagire un futuro ricco di opportunità. Avvinto dall'atmosfera prestigiosa del Circolo ufficiali e dagli austeri rituali di quell'ambiente si gratificava della scelta fatta, consapevole di poter disporre della sua vita da una posizione di prestigio ed affrancato da condizionamenti economici. Intimamente aspettava la grande occasione di mettersi in luce per fare carriera con le stellette da ufficiale. Alla fine, però, si rassegnò ad un compromesso: completare il servizio militare obbligatorio fino alla sua naturale scadenza.
L'INIZIO DEL XX SECOLO
Dopo il congedo riprese, con rinnovato entusiasmo, l’attività nella Banca commerciale. La sua posizione e le relazioni instaurate a Milano gli consentirono, nel 1905, di far venire da Treviso i due fratelli Gino e Giulio che avevano intrapreso l’attività tradizionale di famiglia. In quella occasione si adoperò per finanziare l’azienda a cui egli stesso in seguito parteciperà con la moglie Vittoria De Carli, sposata in quello stesso anno. In seguito, la manifattura venne ampliata e diversificata diventando più redditizia in virtù anche della fattiva collaborazione che si era instaurata tra i quattro soci.
Il primo decennio del ‘900, forse per esorcizzare i drammatici eventi di fine secolo e il disastroso terremoto che distrusse Messina e Reggio, è stato caratterizzato dalla fiducia nel futuro e nel progresso. Lo testimoniano sia le coreografie del Ballo Excelsior, una allegoria sulla vittoria della luce e della civiltà, sia lo spirito della cosiddetta Belle époque. Il mito di questa ultima s’intrecciò con il genio pittorico di Giovanni Boldini. L’energia creativa e l’ottimismo di quel periodo vennero esaltati dalla sua pennellata guizzante che esprimeva la bellezza e la gioia di vivere. L’immensa popolarità dell’artista arrivò fino in America ed i suoi modi aristocratici, la vocazione per la mondanità, l’alto numero di liaison galanti e la frequentazione di ambienti borghesi ne fecero un punto di riferimento sia per l’arte sia per la cultura del tempo. Anche letteratura e moda, musica e lusso rinascevano. Arte, bistrot e burlesque si confondevano nel ritmo sensuale del Cancan producendo una straordinaria rinascita sociale e civile. Nello stesso periodo l’Art déco incantava il mondo; elementi di Art Nouveau e del Futurismo insieme a influenze orientali coinvolgevano architetti, creatori di moda, scrittori ed artisti. Da un disegno del futurista Fortunato Depero venne ricavato il progetto della bottiglietta del Bitter Campari a forma di cono ancor oggi in uso. Erano anche gli anni delle avanguardie: la provocazione dei dadaisti e l’onirismo dei surrealisti.
Parigi era il teatro privilegiato delle esperienze culturali internazionali, ma il fenomeno si allargò alle capitali europee e negli eleganti ambienti delle città italiane come Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Firenze, Napoli e Palermo. Lo sviluppo della tecnologia rivoluzionava la vita creando un benessere individuale e una prosperità prima di allora sconosciuti. Cambiavano i costumi e s’imponeva la forza d’attrazione sensuale della donna, consapevole di un fascino, non più soltanto domestico, che cresceva di pari passo col suo ruolo sociale.
Marie Curie nel 1903 vinse il Nobel per la fisica “In riconoscimento dei servizi straordinari che essa ha reso nella ricerca sui fenomeni radioattivi" e nel 1911 quello per la chimica: "In riconoscimento dei servizi all'avanzamento di tale scienza tramite la scoperta del Radio, del Polonio e del loro comportamento in natura”. Negli stessi anni Albert Einstein elaborava la teoria della relatività, mentre Sigmund Freud e Carl Jung davano vita alla psicanalisi. Anche le sculture di Alberto Giacometti, nella loro ideale complessità, richiamavano le nuove teorie del subconscio e dell’inconscio. L’interesse dell’artista si sposterà progressivamente dal mito e dal sogno all'osservazione diretta della realtà con una più consapevole ricerca dei materiali e delle tecniche che lo condurrà ad una sorta di approccio naturistico all'arte.
Sempre nel 1911 ad Amburgo un farmacista visionario, il dottor Oscar Troplowitz, proprietario della Beiersdorf, il dermatologo Paul Gerson ed il chimico Isaac Lifschütz inventarono la Crema Nivea, bianca come la neve! Tre menti unite dal piacere per le innovazioni e la cosmesi. La prima confezione era gialla con decori liberty, ma è stato negli anni ‘20 che debuttò la mitica confezione di alluminio blu.
Con la Crema Nivea la pubblicità dei cosmetici, fino ad allora incentrata su signore eleganti, cambia subito registro. Diventa protagonista la gente comune, ripresa all'aria aperta o durante una giornata di lavoro. Da allora quel prodotto si è mantenuto nel tempo sia nella formula base sia nella mission del brand.
Il cinema era il mezzo di comunicazione per eccellenza, accanto al balletto, alla commedia, all'opera e alla operetta: a ciascuno la sua forma d’intrattenimento!

Nel 1914 usciva a Torino il kolossal Cabiria con didascalie curate personalmente da Gabriele D’Annunzio su testi di Emilio Salgari e Gustave FlaubertCharlie Chaplin inventava Charlot con le sue prime malinconiche ed esilaranti avventure, Il vagabondo e Il boxeur. Nasceva così l’industria di Hollywood. Mata Hari si esibiva in spettacoli di danza del ventre e i suoi agganci nelle alte sfere militari scateneranno il più famoso caso di spionaggio della Prima guerra mondiale. A Parigi debuttavano i Balletti Russi di Sergej Djagilev, era la nascita della danza classica. Grande successo per Petruska, il burattino interpretato da Vaslav Nijinski e per Le sacre du Printemps di Igor Stravinskij, che segnava con violenza e ritmi pulsanti il passaggio alla modernità.

Nello stesso anno, della commedia Addio giovinezza! storia di successo sui primi amori, nasceva la versione cinematografica. Questa bella favola non ha mai cessato di affascinare e di commuovere. Le pulsioni dello studente e della sartina, la donna elegante e fatale, l’amico buono ed un po’ tonto, gli alterchi, le ripicche, le gelosie, gli equivoci, i finali edificanti e strappalacrime formavano una miscela di un sentimentalismo esemplare che ancor oggi commuove.

Sempre nel 1914 Gabrielle [Coco] Chanel apriva una boutique di cappelli e realizzava i primi abiti senza busto e con il punto di vita basso. Ancora lei lanciava la marinara, il jersey, il cardigan, il tubino nero e i capelli corti: la donna doveva sentirsi libera! Nasceva così il reggiseno, con due fazzoletti uniti da un nastro. Prima di fondare la sua maison era stata una bambina di campagna ospite di un orfanotrofio. Una ragazza ribelle e anticonvenzionale, povera e senza istruzione, che divideva la propria esistenza tra esibizioni canore al cabaret e relazioni amorose spregiudicate e poco ortodosse. Era comunque una giovane donna impegnata nel proprio percorso di crescita, di libertà e di stile. Il suo culto dell’osservazione del dettaglio e la sua capacità di rielaborare le tendenze la porteranno al successo sia in Francia sia in Europa e nel mondo. 
LA GRANDE GUERRA 1914 - 1918
L’avvento della Grande Guerra sconvolse le vite di tutti. Mentre gli uomini erano al fronte, le donne cominciarono ad essere impiegate come infermiere, postine e insegnanti. La nazione intera lavorava quasi esclusivamente per sostenere l’enorme sforzo bellico. Verso la fine del conflitto anche Cirto fu richiamato in servizio. Avvenne dopo la rotta di Caporetto, alla fine del 1917, quando furono mobilitate tutte le riserve disponibili del Paese, compresi i ragazzi del '99Egli partecipò dalle retrovie alle operazioni belliche fino allo scontro finale di Vittorio Veneto nell'ottobre del  1918 e fu congedato, con i gradi di capitano, in concomitanza con la smobilitazione di gran parte delle forze armate.
Nella notte del 23 giugno 1918, poco dopo il termine della Battaglia del Solstizio, E.A. Mario, al secolo Giovanni Ermete Gaeta, in seguito alla resistenza e alla vittoria italiana sul Piave, aveva scritto di getto versi e musica di La Leggenda del Piave: ‘Il Piave mormorava, calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio; l'esercito marciava per raggiunger la frontiera per far contro il nemico una barriera. Muti passaron quella notte i fanti: tacere bisognava e andare avanti! S'udiva intanto dalle amate sponde, sommesso e lieve il tripudiar dell'onde. Era un presagio dolce e lusinghiero, il Piave mormorò: non passa lo straniero! Ma in una notte trista si parlò di un fosco evento e il Piave udiva l'ira e lo sgomento. Ahi, quanta gente ha vista venir giù, lasciare il tetto, poi che il nemico irruppe a Caporetto’. La composizione gli procurò subito una grande notorietà al punto che il generale Armando Diaz inviò all'autore il noto telegramma con su scritto: Mario, la vostra Leggenda del Piave, al fronte, vale più di un generale”.
La canzone fu considerata una sorta di inno nazionale poiché esprimeva, allo stesso tempo e in maniera magistrale, l'amarezza per la disfatta di Caporetto e l'orgoglio per la successiva riscossa. Di quegli anni conservo oltre alla foto di Cirto in divisa militare anche la sua sciabola di ordinanza che ho utilizzato durante la mia lunga carriera militare. L’ha utilizzata anche mio fratello Giorgio, nel giugno del 1971, in occasione della cerimonia del giuramento da ufficiale di complemento presso il Reggimento Piemonte cavalleria a Trieste. 
Mentre scrivo [2012] accendo la radio e sento la pubblicità per un nuovo telefono cellulare di Vodafone a venti euro al mese e poi il sommario delle notizie della notte: "Autobomba a Baghdad, Pericolo di guerra in Medio Oriente…" Ascoltando queste notizie ho avuto l'ennesima conferma che l'umanità non ha imparato nulla dai tragici eventi del passato!
TRA LE DUE GUERRE MONDIALI
Nel biennio 1918 -19 l’Influenza pandemica spagnola provocò circa trenta milioni di morti in tutto il mondo di cui 400 mila soltanto in Italia. La gran parte delle vittime morì per le conseguenze della patologia, anche perché non c’era ancora la penicillina che sarebbe stata scoperta soltanto nel 1928 da Alexander Fleming.
Cirto, dopo aver lasciato l’impiego in Banca, s’impegnò a sviluppare ulteriormente l’attività manifatturiera di famiglia con l’aiuto determinante della moglie Vittoria che curava in particolare i modelli della linea di Abbigliamento per l'infanzia e la corsetteria: due nicchie di mercato nuove per quegli anni!
Dopo la guerra i tessuti scarseggiavano e la moda, di conseguenza, si adeguava. Per l’uomo si proponevano tinte neutre e soprabiti leggeri con ampi colletti e tasche a vista. Per le donne andavano le gonne a vita alta che si stringevano alle caviglie, creando il profilo ad anfora. Per gli abiti da sera era di moda il colore viola.
In Italia il dopoguerra sconvolse gli equilibri politici preesistenti aprendo la strada a Benito Mussolini e al suo ambizioso progetto dittatoriale. Cirto nel settembre del 1924 fu di fatto costretto a aderire al Partito fascista seppur con molte perplessità e riserve. Con il passare degli anni il suo rapporto con la politica ed il potere sarà ispirato soltanto da semplice opportunismo. Intimamente si sentiva sempre mazziniano e quindi repubblicano e democratico. Il pensiero mazziniano è molto profondo ed è rimasto moderno per quanto concerne le istituzioni politiche ed altrettanto attuale anche per ciò che riguarda le teorie economiche. Per queste ultime, Mazzini si dichiarò distante sia dalle posizioni del liberalismo inglese classico di Bentham, sia dai propositi di collettivizzazione del socialismo di Marx. Era fautore convinto di una terza via, una teoria equidistante appunto dalle citate ideologie che ispirerà il pensiero democratico del Novecento da Keynes a Beveridge fino al repubblicano Giovanni Spadolini. Anche l’azione riformatrice di uomini come Francis Delano Roosevelt e del suo New Deal risponderà all'ideologia di cui Giuseppe Mazzini fu antesignano: superare i limiti dell’egoismo individuale esaltati dal liberalismo inglese senza cadere nell'eccesso opposto della collettivizzazione comunista.
Per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa propugnava una netta separazione tra gli ambiti civili e quelli religiosi ed auspicava un superamento delle stesse fedi tradizionali per approdare ad un credo spirituale universale ed unificante.
Terminata la guerra e superata la pandemia, una nuova gioia di vivere contagiava l’Europa ed indirettamente anche il mondo. Gli anni ’20 furono esuberanti ed euforici; i ritmi afroamericani del jazz dilagavano nelle metropoli europee ed esplodeva l’industria del divertimento. Nei piccoli teatri nasceva il cabaret che univa teatro, danza, commedia e musica. Il comico Ettore Petrolini con le sue macchiette riempiva i teatri di varietà. Nasceva il mito di Rodolfo Valentino, seduttore dolce ma, al tempo stesso, dominante e non c’era donna che non sognasse di abbandonarsi tra le sue braccia appassionatamente!
Joséphine Baker si esibiva in numeri di Charleston indossando solo una gonnellina di banane. Piacevano molto anche il foxtrot con i suoi passi ritmati e divertenti e il tango con la sua carica di sensualità e dal ritmo struggente.
Alla fine degli anni ’20 le donne indossavano abiti comodi, le gonne si accorciavano ancora e la vita si abbassava. Si usavano i tailleur, i colli di pelliccia, lunghe collane di perle e orecchini pendenti. I capelli erano corti, ondulati, coperti dal cappello a cloche e il trucco evidente. Le calze velate di rayon venivano arrotolate sopra il ginocchio lasciando scoperte le gambe durante i balli. La diffusione del grammofono ampliava le possibilità di divertimento individuale e collettivo. Si facevano gli acquisti nei grandi magazzini dove l’abbigliamento e le riviste di moda erano piene di modelli da realizzare anche autarchicamente con la macchina da cucire: l’americana Singer o l’autarchica Necchi
Nel 1927 nasceva il cinema sonoro con Il cantante di jazz diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson
nel 1928 Walt Disney firmava il cartone animato Steamboat Willie il primo Topolino, un grande successo mondiale! Nel 1929 Cirto, dopo aver superato il trauma della morte dell’amata moglie e sistemato il figlio minore in Collegio, cedette le quote dell’azienda ai fratelli e si trasferì a Sanremo. Lì visse gli anni forse più vivaci della sua vita, dedicandosi alla gestione di un Albergo e studiando anche il francese per esigenze di lavoro. Fu da allora che questo idioma divenne la seconda lingua parlata in famiglia. Ricordo ancora la frase con cui dovevo rivolgermi al nonno per avere una caramella: Gran père! s’il vous plaît, voulez-vous donner moi un bonbon?”. Di quel periodo conservo una valigia di cuoio con le decalcomanie delle sue mete di viaggio ed un prezioso arazzo Kilim persiano [cm.100 X 180].
Negli anni sanremesi Cirto fu anche un assiduo frequentatore del locale Casinò. In quel periodo Sanremo era diventata un centro culturale e turistico di prim'ordine. La Città aveva istituito, tra l’altro, i Premi nazionali per la letteratura, la musica, la scultura e la pittura che le assicurarono grande rinomanza nel panorama internazionale. Era il tempo in cui artisti di prestigio quali CileaMalipieroMascagni erano di casa a Sanremo e tra le mura del CasinòNel maggio del 1935 a Wareham in Gran Bretagna moriva in un tragico incidente, qualcuno sostiene architettato dai servizi segreti britannici per eliminare un personaggio divenuto ormai scomodo, il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence [Lawrence d’Arabia]. Nel suo più famoso romanzo, I sette pilastri della saggezza, aveva scritto: ‘Non tutti gli uomini sognano allo stesso modo. Io intendevo creare una Nazione nuova, ristabilire un’influenza decaduta e dare a milioni di Semiti la base su cui costruire i loro sogni nazionali’.
Cirto aveva sposato a Milano, nel giugno del 1905, la nobil donna Vittoria De Carli ultima discendente del ramo lombardo di una nobile famiglia friulana. Il padre, conte Giuseppe, proprietario terriero e letterato, è stato a lungo Bürgermeister [Sindaco] di Viadana ridente cittadina nel mantovano. ii suo impegno di sindaco è rimasto a lungo nel ricordo dei concittadini per la sua gestione amministrativa lungimirante e per le opere di bonifica e di risanamento del territorio da lui fatte realizzare. 
Vittoria morì per un male allora incurabile alla fine del 1928 a soli 43 anni. Ha lasciato la vita in una notte di metà ottobre dopo alcuni mesi di calvario. Se n’è andata in punta di piedi, in pochi minuti, con tante cose non dette, tanti sentimenti tenuti dentro perché credeva di avere molto tempo davanti per poterli esternare. Orate pro Victoria! aveva esortato i presenti l’anziano cappellano dopo averle somministrato l’estrema unzione. Qualche attimo prima di morire il suo subconscio emerse dall'ombra e in quei brevi istanti rivide la casa di Viadana e sua madre partorirla nel dolore. Scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso per lo sforzo e le parve di sentire per l’ultima volta il profumo delle viole che tanto amava. Con una voce flebile sussurrò: "Ma guarda!” piacevolmente sorpresa da quella visione. Poi un sorriso le ammorbidì i lineamenti e si lasciò scivolare verso la base del letto chinando la testa da un lato. Vittoria fu sepolta nel prestigioso Cimitero monumentale di Milano ultima dimora di personaggi illustri. Cirto da lei aveva avuto tre figli: Dirce [1908], Irene [1910] ed infine Vittorino [1912].
La perdita della persona amata, compagna di una vita, pesa sia per il suo venir meno sia per tutto quello che, tra chi se ne va e chi resta, non si è riusciti a dirsi. Dopo lo straziante epilogo Cirto uscì fuori all'aperto, voleva stare da solo a guardare le stelle e vivere con consapevolezza quel momento. Fissò il cielo e pensò che quando l’oggetto del proprio amore se ne va su una stella, guardare lo spazio infinito può rassicurare e liberare dalle angosce. Mentre provava quelle emozioni sentiva un gran vuoto dentro di sé ed anche la consapevolezza di essere di nuovo ai blocchi di partenza, ma con un vantaggio in più, dalla esperienza militare e dal suo dramma familiare aveva imparato ad avere meno paura di quella morte che ormai si era convinto di poter esorcizzare. In quei momenti gli è venuto alla mente uno degli ermetici ed illuminanti aforismi di Giuseppe Ungaretti: La morte si sconta vivendo! Gli stessi sentimenti che stava provando li aveva esternati lo stesso poeta in una poesia del 1916: 'Non ho più voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade, ho tanta stanchezza sulle spalle, lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata, qui non si sente altro che il caldo rassicurante ed io sto volentieri con le capriole di fumo del focolare'.
All'inizio del 1939 Cirto tornò nella Marca trevigiana da dove era partito giovanissimo. Si stabilì a Mogliano Veneto, perla del Terraglio, ridente cittadina nota per le numerose ville venete e, tra l’altro, per la coltivazione delle pesche. Con le risorse ereditate dal suocero comprò una dimora settecentesca, un elegante edificio a tre piani sormontato da un frontoncino ornato da vasi agli angoli, un fregio al centro ed una lunga barchessa nel retro.  Villa Milanese, ora Gasparini, fu dei Rinaldi dalla fine del ‘700, poi dei Missaglia a metà del ‘800, quindi dei Carnelutti all'inizio del ‘900.
Negli anni ’30 del secolo scorso, la villa fu dell’avvocato veneziano Agostino Vian. Tra i suoi figli meritano un cenno Domenico ed Ignazio. Domenico, detto Memi, si distinse sin da giovanissimo per la grande pietà e per la dedizione verso i poveri, fu anche direttore della rivista giovanile Il Carroccio. Morì a soli 22 anni, ma la sua vita fu così piena di atti di altruismo che nei suoi riguardi è stato iniziato il processo di beatificazione. Ignazio, invece, fu uno dei più valorosi combattenti della Resistenza. Ufficiale di complemento, dopo l’8 settembre 1943, riuscì a riunire intorno a sé un gruppo di militari sbandati ed a farne un minuscolo esercito partigiano autonomo, indipendente cioè dai partiti politici. Con i suoi duecentottanta uomini operò in varie zone del Piemonte, sostenendo numerosi, violenti scontri con le formazioni tedesche. In un memorabile furioso combattimento durato tre giorni, i primi tre del 1944, del suo gruppo rimasero solamente trentacinque superstiti. Arrestato a seguito di una delazione e condotto a Torino, fu dapprima barbaramente torturato, infine impiccato senza processo il 22 luglio in Corso Vinzaglio. Ad Ignazio Vian è stata concessa la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza. [Continua]